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Il salto del fosso

Per otto lunghi anni il corpo aveva lanciato segnali. La diagnosi era sempre la stessa: Ipertrofia Prostatica Benigna. Eppure, dentro, qualcosa diceva che quelle terapie non stavano portando a nulla. Era un continuo girare a vuoto, un labirinto di visite senza risposte. Poi, il miracolo della svolta ha i tratti di un medico giovane. Un ragazzo dai modi gentili, quasi intimidito dal peso della sua stessa intuizione, ma dall'occhio clinico straordinariamente bravo e attento. Uno sguardo fresco che non si ferma alle apparenze: "Facciamo una risonanza magnetica dello scavo pelvico". È lui, con quella timida fermezza, a indicare la strada che cambierà tutto.

Da quel momento il tempo accelera. La risonanza evidenzia una lesione. La tensione sale, ma la mente si aggrappa ancora a una speranza ostinata: “Vedrai, non è nulla”. Poi arriva la biopsia prostatica. Solo il nome fa paura. Non è una passeggiata, per niente, ma la supero.

Il giorno del referto, però, la speranza si schianta contro la realtà. Non servono parole: leggo l'imbarazzo negli occhi del medico prima ancora che apra bocca. Poi, la frase: "Lei ha un cancro".

In quell'istante crolla tutto. Io, sì io, che ho sempre vissuto con quel pizzico di delirio di onnipotenza tipico di chi si sente invincibile, mi ritrovo nudo. Nella mente scatta un unico pensiero fisso, implacabile: quanto mi resta da vivere? Il panico è totale. La salivazione si azzera. Mi sento basito, smarrito, svuotato, vulnerabile. E ora? Che faccio? Dove vado? Con chi parlo?

Inizia l'odissea. Richiamo quel medico brillante e giovane della risonanza. Mi metto in fila. Le ore in sala d'attesa non passano mai, sembrano eterne, pesanti come macigni. Mi riceve, mi prescrive una PET. Altra attesa, altro calvario. A casa passo il tempo a leggere e rileggere quella diagnosi, focalizzando gli occhi sulla parola "neoplasia", sperando quasi che le lettere cambino ordine, che la realtà si modifichi. Ma la parola resta lì, ferma.

Arriva il giorno della PET. Entro in ospedale timido, smarrito, sfiduciato. Attorno a me gli occhi degli altri pazienti: sono tutti lì, come me, in attesa di una sentenza. Faccio l'esame e torno a casa. Cerco di distrarmi, provo a fare altro, ma i pensieri ritornano sempre allo stesso punto.

Il giorno del risultato la busta è lì, chiusa sul tavolo. Vorrei non aprirla mai. La guardo con la tachicardia a mille. Poi mi faccio coraggio, la apro e leggo tutto d'un fiato, con la pressione che sembra schizzare a trecento. Ma tra le righe trovo il primo vero respiro dopo mesi: il cancro c’è, ma è circoscritto. È rimasto lì, non è andato oltre. Le possibilità di guarire sono buone. Esco dall'ospedale, mi siedo al primo bar e mi rimpinzo di dolci, come a voler celebrare quel briciolo di futuro che mi è appena stato restituito.

Ora serve un chirurgo. Ma non uno qualunque: serve uno bravo, uno "che mi piaccia". Inizia la ricerca, quasi come se dovessi scegliere un oggetto prezioso, un orologio, un abito su misura. Giro, valuto, confronto.

La svolta definitiva arriva in un pomeriggio di dicembre. È il 13 dicembre. Apro il cassetto della scrivania ed estraggo un biglietto con il numero di un chirurgo che mi era stato segnalato mesi prima dal medico della biopsia. Penso: “Chissà se risponde proprio oggi”. Mando un messaggio. Dall'altra parte del telefono, alla mia richiesta d'aiuto, trovo una risposta immediata.

Quattro giorni dopo sono nel suo studio ed entro in una dimensione completamente diversa. Davanti a me c'è un uomo dall'autorità naturale, incredibilmente sicuro di sé e professionale, ma capace di trasmettere una calma rassicurante che mi avvolge fin dal primo istante. Poche parole, quelle giuste. C'è un dettaglio quasi cinematografico che rompe la rigidità dell'ambiente medico: la sua inconfondibile "mania" per i Pocket Coffee. Lo vedo scartare quel cioccolatino al caffè con gesti precisi, quasi a ricaricare le energie tra un paziente e l'altro, per avermi fissato un  visita alle sette del mattino, e quel rito così umano, unito alla sua immensa competenza, mi fa capire che sono finalmente in mani sicure. Con lui mi si apre un mondo. Capisco che la strada verso la risoluzione è finalmente tracciata. È la fine di un'odissea durata sei mesi, ma soprattutto la fine di quegli otto anni passati a non cavare un ragno dal buco.

In quel preciso momento, mentre intravedo la luce fuori dal tunnel, stringo un patto solenne con me stesso: “Se salto questo fosso, voglio evitare che succeda ad altri. Questa cosa che è capitata a me non può essere successa invano. Deve avere un senso”.

Oggi l'intervento di prostatectomia radicale è alle spalle. Tutto è andato benissimo. Il fosso l'ho saltato con coraggio e determinazione, guidato prima dall'intuizione pulita di quel giovane medico timido e poi dalle mani d'oro del chirurgo con il caffè sempre in tasca. Quel delirio di onnipotenza si è trasformato in una missione profonda: trasformare la mia odissea in una mappa per chi si trova ancora nel labirinto, dimostrando che guarire si può, se si trova la strada giusta.

Antonio De Pandi


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